Poesia Francese

Poesie tratte da "Poeti simbolisti francesi" LIBRO CHE STRACONSIGLIO perché le poesie raccolte sono veramente tutte molto belle.

GERMAIN NOUVEAU

Senza stella giovine in cielo né bianca nebulosa
scopra non so qual tetro stige al centro dell'O
magnifico che sull'acqua gli vibra d'attorno
malinconicamente il mio spirito fa il morto.

(1873)


RENè GHIL

"PER LA FANCIULLA ANTICA"

Taciuta nello stupore dei reciproci sguardi,
sciogliendovi l'oro delle glorie latenti,
vedova nel Tempio dei segni rituali,
condanni le nostre memorie l'onda eterna.
L'attimo che nasceva dagli urti eventuali, fatto
di palme a dita affusolate in notti ondulatorie
vere nella cupola speranza dei perpetui voli
ci dischiuse il passato delle nostre storie pur
piange un riflesso di vani sospiri sotto i troppo
solitari ridenti saluti che i nostri voti esalano
verso le gnosi in alto come un niente di piume.
Sogni accaduti delle vetrate piene di domani
dolci e incapaci di pianto, e di un meriggio di rose,
ci veniamo incontro innalzando le mani.

(1886)


EPHRAIM MIKHAEL

"TRISTEZZA DI SETTEMBRE"

Quando il vento autunnale suona a morto per le quercie
in me non sento il rimpianto della chiara estate
ma l'indicibile orrore delle fioriture avvenire.
Mi rattrista l'aprile futuro
e compiango le potenti foreste condannate
a rinnovarsi ogni anno all'infinito.
Poichè da innumerevoli migliaia di anni
sono le stesse messi e identici i fiori
sbocciati ed appassiti, invariabilmente,
gli stessi venti sussurranti o urlatori,
lo stesso odore tra l'erbe rinverdite,
gli stessi baci, medesimi i dolori.
Ora si addormiranno le foreste, irrigidite
per brina, in loro sonno di breve durata.
Poi, sull'immensità delle pianure intorpidite,
sopra la bianca rigidità dei grandi stagni
vedrò ricomparire all'ora convenuta
come un fantasma implacabile la primavera
oh i soli nuovi, l'ignota stagione!

(1886)


GUSTAVE KAHN

"VOCE DELL'ORA IMPLACABILE..."
(qualche verso)

Voce dell'ora implacabile e lenta
timbro avvisatore del passato,
un altro angolo greve dell'attesa
è precipitato in frantumi!
Nulla nel passato e nel presente niente...
Un altro brandello di ora dileguata!
Svanisce una parvenza di fascinanti primavere,
una partenza, un bacio, una nota inaudita.

(1887)


ERNEST RAYNAUD

"VERSAILLES"
(qualche verso)

Dispersa al vento l'anima delle rose persiste
nella sera che bagna d'oro la verzura e fluttuanti
le lontananze; s'illumina di fuochi rosati la cimasa
del palazzo, colpito un vetro freme lungamente.
...
Tutto il fasto disteso all'ombra del fogliame
in questo lento crepuscolo umilmente si aduna.
Alle vetrate agonizza l'estremo lucore
e alleata dell'edera, importuna la notte
giunta dall'acqua cancella, risalendo la pietra,
l'immagine della Grazia e il nome degli eroi.

(1887)


PIERRE LOUYS

"ASTARTE"
(qualche verso)

Siede, incrociando con stretta immmobile ignudo
un braccio sul giovane seno adorno di oro fino
e inarca, accanto al trono dove sogna il Delfino,
la sua pelle di gelida luna, notturna aria, dipinta.

...

Tiene tra le dita estatiche ed azzurre
un loto favoloso nel vergine incavo del sesso
e due steli di giglio partendo dalle ascelle
scivolano lungo il corpo con gesto divergente
fino a toccare nel riflesso delle notti universali
il marmo ove poggia i piedi ornati di argento.

(1891)

 
ALBERT SAMAIN

"VEGLIA"
(qualche verso)

Confusa e sommersa in fondo alla nebbia iemale
la mia anima è un castello a finestre serrate.
Vischioso l'orgoglio stasera stilla dalle cose
resto esitante al muro oscuro dell'animale.

...

Lugubre un gufo volteggia nella mia fronte vuota;
sotto i rami di un silenzio torpido il mio cuore
si addormenta come una palude violacea e febbrile.
E sempre, attraverso i miei occhi, vetri strani,
scorgo nell'oriente soffocante e ramato,
città di oro navigare in barbari tramonti.

(1893)

 
ANDRè-FERDINAND HEROLD

"ECCO LA DANZA DELLE FOGLIE..."
(qualche verso)

Ecco la danza delle foglie nei viali,
con sé trascina la fiorita speranza dei maggi novelli
e ritmi di morte discendono le valli.
Al vento autunnale oscillano i papaveri grandi
tristemente curvando l'orgoglio del corallo,
l'inverno attacca i suoi misteriosi cavalli.

...

Portano a grotte tetre e nere, laddove
languiscono rose e lillà, fiori macri
la cui noia
scolora i riflessi.
Monotono il vento suona sempre a morto
per i luminosi mattini e le stellate notti,
facendo vorticare, senza requie o riposo,
la danza delle foglie morte nei viali.

(1893)

 
TRISTAN CORBIERE

"PERFIDO PAESAGGIO"
(qualche verso)

Sabbie di vecchie ossa - il flutto rantola
campane a morto: crepando rumore a rumore...
palude pallida, dove la luna ingoia
grossi vermi, per passare la notte.

(1873)


FRANCIS VIELè GRIFFIN

"QUELLE ORE"
(qualche verso)

Quelle ore ci furono propizie
siccome sorelle impietosite;
ore dolci e monotone,
pallide e sommerse da brume
con pallidi veli monacali.

...

Suvvia, le nostre anime sono ancora
sorelle dell'ore grigie autunnali
le cui penombre entro i nostri cuori
disperdevano remote ambiguità; allora
ignoto ci restava il nostro pianto

(1889)


ALFRED JARRY

"LA PAURA"

Rosate dal fuoco, bianche per spavento,
le tre fanciulle sopra il gelido muro
guardano luccicare scritte oscure
e gli spettri delle loro memorie
sul pavimento compaiono evocati
con l'ombra delle dita segnate
sulle mura dalle bianche camicie
e con artigli simili a rami.
Con denti di teschio
nera la stufa freme e morde
il silenzio strisciante d'intorno.
Come torre in soccorso
di tre guerriere, la stufa nera
spalanca occhi da assassino!
Rosate dal fuoco, bianche per spavento,
in lunghe camicie di cigno,
le tre fanciulle sopra il gelido muro,
guardano le smorfie dei segni,
aprono, legate le braccia da terrore,
gli occhi come scudi a difesa.

(1894)


ADOLPHE RETTè

"ANADIOMENE"
(qualche verso)

Alteri i miei gabbiani volanti sul mare
bagnavano l'ala pallida nella schiuma dell'onda,
avendo adorato i tuoi torbidi occhi il mio sogno
verso te singhiozzava attraverso il vetro amaro.

...

Sogni di oro, ombra e voluttà, i tuoi occhi
han rispecchiato il mare e il sole sanguinante:
sulle mie notti frementi selvaggia regnavi
Venere Anadiomene, immensa Voluttà!

(1895)


TRISTAN DERèME

"LA MIA DISPERAZIONE VERSO DI TE..."

La mia disperazione verso di te grave e silenziosa
s'innalza come giglio autunnale verso il cielo;
dinnanzi al nostro sogno che agonizza lento.
Stasera ho il cuore colmo di lacrime infinite.
Fragile felicità, gelsomini, rose di macchia, lillà,
ahimè appassirono gli attimi fioriti!
E sento, oggi che la speranza mi abbandona,
teneramente avvolgersi sulla mia anima, ferirla
e rinserrarla nel suo sinuoso dolore
simile a vilucchio bianco il tuo ricordo.

(1908)


PIERRE QUILLARD

"I FIORI NERI"

In riva a quali laghi sinistri per acqua
tetra e pesante, o fiori cupi più vasti che morte,
le deità mute della sera e gli dei nordici freddi
tessono il vostro abito d'ombra?
Di notte i vostri abissi divorano il sole;
ferito è il giorno dei vostri veli vedovili
e senza timore attingete ai fiumi oscuri
l'onda selvaggia del sonno.
Al vento d'alba ondeggiate, o fiori neri,
ma da voi non emana alcun profumo,
cari, e versate nei cuori stanchi deliranti
la magia del silenzio.
Invano sparge la vita sue perfide dolcezze;
porpora di primavera invano avvampa,
il vostro lutto redime dalla gioia;
salve, imperiose sorelle,
vi amo e voglio dormire, siatemi clementi:
non turberò la vostra calma immortale
e scorderò laggiù, lungi dalla luce e dal cielo,
la scarlatta bocca delle amanti.

(1897)


FRANCIS JAMMES

"QUANDO SARò MORTO..."

Quando sarò morto, tu che hai occhi azzurri
color dei piccoli acquatici azzurri
coleotteri, fanciulla che tanto ho amato
e che somigli a un ireos dei fiori animati,
dolcemente verrai a prendermi per mano.
Mi guiderai per quello stretto sentiero.
Non sarai nuda, mia rosa, invece casto
fiorirà il tuo collo sul corsetto viola.
Non ci baceremo neppure sulla fronte.
Tenendoci per mano, lungo i freschi pruneti
dove il ragno grigio intesse arcobaleni
faremo un silenzio dolce come il miele;
a tratti, quando mi sentirai più triste,
sulla mia premerai la tua esile mano
e turbati come lillà sotto la bufera,
rimarremo senza, senza comprensione....

(1897)


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"Mattino di Novembre nei dintorni di Abingdon" di Valery Larbaud

Le colline nella nebbia, sotto il cielo di cenere blu
come sono alte e belle!
O giorno semplice, misto di bruma e di sole!
Camminare nell'aria fredda, per questi giardini,
Lungo il Tamigi che mi fa pensare ai versi di Samain,
camminare sulla terra nuovamente estranea, tutta cambiata,
simile al paese delle fate, in questo mattino di tardo autunno...

Natura velata, paesaggi misteriosi, voi rassomigliate
ai blocchi di case giganti e ai viali brumosi della città,
avete la grandiosa imprecisione degli orizzonti urbani.


"Matin de Novembre près d'Abingdon"

Les collines dans le brouillard, sous le ciel de cendre bleue
comme elles sont hautes et belles!
O jour simple, mêlé de brume et de soleil!
Marcher dans l'air froid, à travers ces jardins,
le long de cette Tamise qui me fait songer aux vers de Samain,
marcher sur la terre de nouveau inconnue, toute changée,
et pareille au pays des fées, ce matin d'arrière-automne...
O nature voilée, mystérieux paysages, vous ressemblez
aux blocs des maisons géantes et aux avenues brumeuses de la ville,
vous avez l'imprécis grandiose des horizons urbains.


BREVE STORIA DELLA LETTERATURA FRANCESE

Info tratte da


Il primo documento in lingua francese giunto a noi è "il Giuramento di Strasburgo", in occasione dell'accordo tra Luigi il Germanico e Carlo il Calvo.
è un latino "imbastardito": "Pro deo amur et pro christian poblo et nostro commun salvament, dist di in avant, in quant Deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo, et in aiudha et in cadhuna cosa, si cum om per dreit son fradra salvar dift, in o quid il mi altresì fazer, et ab Ludher nul plaid nunquam prindrai, qui meon vol cist meon fradre Karle in dammo sit"

"Per amor di Dio e per il popolo cristiano e la nostra comune salvezza, da questo giorno in poi, in quanto Dio mi concede sapere e potere, sì sosterrò io questo mio fratello Carlo, col mio aiuto e in ogni cosa, come si deve sostenere secondo giustizia il proprio fratello, a condizione che egli faccia altrettanto con me, e non farò mai alcun accordo con Lotario, che per mia volontà sia di danno a questo mio fratello Carlo"


La lingua francese venuta alla ribalta col "Giuramento di Strasburgo" si affermò rapidamente.
I temi furono quelli a carattere eroico-religioso, recitati nelle piazze e nei castelli da cantori anonimi; al centro di questi poemi cavallereschi spiccava la figura mitizzata di Carlo Magno.
Il più antico di questi poemi è la Chanson de Roland, composto nel XI secolo da un autore ignoto.
La Chanson de Roland cantava in modo eroico della Francia, quello che aveva costituito il cuore dell'impero di Carlo Magno.

Il rinnovamento della letteratura fu il risultato di un felice incontro tra il nord e il sud della Francia, un incontro che fu promosso e agevolato da Eleonora d'Aquitania, nipote del primo trovatore di cui abbiamo notizie: Guglielmo IX di Poitiers.
Fu infatti la lirica dei trovatori che avevano fatto della Provenza una regione letteraria di grande fascino, a portare una note di struggente malinconia e dolcezza in una letteratura che fino ad allora aveva trattato soltanto temi eroici.
I primi poemi lirici francesi rivelano il progressivo ingentilimento della società francese: ecco come si esprimeva uno dei loro migliori rappresentanti, Rutebeuf "Son come arbusto su fontana, son come uccello su la rama: l'estate canto, l'inverno mi sfogo col pianto, perdo le foglie del mio manto al primo gelo."
Adesso i cavalieri non combattono più esclusivamente per la fede e per il re, ma vivono le loro avventure per conquistare o mantenere l'amore di una dama.
La Letteratura Francese scopre un nuovo personaggio ideale: la donna.
Accanto a Tristano, l'eroe dell'amore inestinguibile, ecco infatti la fatale figura di Isotta, l'amante immortale.
Tra i più dotati poeti francesi vi è Chrétien de Troyes (Nota di Lunaria: che io conobbi a 13 anni perché citato da un ascoltatore di Epic Metal sulla posta di "Metal Shock").
Nascono così dei "romanzi" che non narrano più soltanto le vicende eroiche di alcuni cavalieri ma anche e soprattutto le loro tormentate storie d'amore.
I più significativi di tali romanzi sono quelli che raccontano le vicende del leggendario re Artù e dei cavalieri che gli facevano corona attorno alla famosa Tavola Rotonda, costruita così perché ciascuno di essi si sentisse perfettamente uguale ai propri compagni.

L'incredibile fortuna della Letteratura Cortese fece della Francia tra il XII e il XIII secolo la nazione culturalmente dominante in Europa.
Tuttavia, tale letteratura era "il canto del cigno" della vita feudale, che ormai volgeva al tramonto.
Ecco che dall'Università di Parigi venne fuori l'uomo che doveva far giustizia del passato: François Villon: individuo ribelle, capostipite di tutti i poeti maledetti, ladro ed attaccabrighe, Villon portò nella letteratura la lingua viva del popolo: con lui era finito il Medioevo ed iniziava un'età nuova.
Vediamo una delle sue poesie più celebri, "La Ballata degli Impiccati", che scrisse in carcere, temendo di salire sulla forca.

Fratelli umani che ancora vivete,
a compassione non serrate i cuori,
ché se pietà di noi miseri avrete,
Dio ve ne renderà grazie maggiori.
Cinque, sei, qui danziamo penzoloni.
La carne, già da noi troppo nutrita,
è divorata da un pezzo e marcita;
noi, ossa, diveniam cenere e polvere.
Del nostro male nessuno rida,
ma Dio pregate che ci voglia assolvere.

Verso la fine del Quattrocento, una grande rivoluzione era in atto in tutta Europa. 
Le città avevano preso il sopravvento sui castelli medioevali, fiorivano i traffici, lo spirito animatore era uno solo: abbattere tutto ciò che rischiava di bloccare il cammino della civiltà e costruire una vita nuova e più libera.
Al centro di questa rivoluzione ci fu l'uomo, conscio del proprio destino e della propria libertà.
Ecco dunque rifiorire le scienze, ecco uomini audaci avventurarsi oltre i confini del mondo conosciuto.
La Letteratura acquistò nuovo impulso e vigore.

La Letteratura Medioevale aveva dato alla Francia uno splendore unico, di cui troppo si compiacque, privandosi della possibilità di rinnovarsi in tempo: infatti, fu proprio nel Rinascimento che la Francia perse il suo predominio europeo.
Questo predominio passò all'Italia di Dante e Petrarca, di Boccaccio e degli umanisti.
Fu il merito principale di Francesco I, il favorire la rinascita della Letteratura Francese, chiamando alla propria corte artisti e letterati italiani.
La nuova letteratura non trovò davanti a sé un cammino facile. Il suo spirito innovatore, il suo bisogno di darsi una base scientifica urtavano contro la tradizione medievale difesa dalla Chiesa Cattolica: nascevano polemiche, l'eresia gravava su ogni opera che rompesse le con le credenze tradizionali.
Uno dei primi prosatori fu Calvino, giudicato eretico e padre della Riforma calvinista (Nota di Lunaria: che quando prese il potere instaurò una teocrazia e condannò a morte tutti quelli che osavano mettere in dubbio questo o quella roba del cristianesimo o delle sue parole...)
Ma lo scrittore che su tutti si innalza fu un medico avventuroso, sarcastico e buontempone: François Rabelais (1494-1553), l'autore del romanzo "Gargantua e Pantagruel".
Rabelais è il Boccaccio francese, l'inventore della moderna prosa in francese: creò vocaboli nuovi, attingendo anche dal linguaggio scientifico.
Di fronte a lui, per sottolineare l'aspetto più serio e pensoso della letteratura francese, si erge Michel de Montaigne (1533-1592).
Sono questi due scrittori, Rabelais e Montaigne che riportano la Francia alla ribalta della cultura europea.

L'opera di rinnovamento della poesia francese si svolge sotto l'influsso di Petrarca; poi, progressivamente, vi è un distacco da questo modello. Il primo ad "affrancarsi" dall'influenza petrarchesca fu Clément Marot (1496-1544) che introduce in Francia il sonetto, seguito da Pierre Ronsard (1524-1585) considerato il creatore della lingua poetica della Francia moderna.
Ronsard era uno spirito della sensibilità acuta e raffinata. Per lui la poesia era sopra ogni altra cosa musica, armonia.
Quando si abbandonava al proprio temperamento, a quella vena di canto soffusa di una dolce malinconia che è la sua caratteristica principale, Ronsard trova accenti mirabili.
Un esempio lo abbiamo col famoso sonetto "Quando sarete..." in cui egli, rivolgendosi alla donna amata, la esorta a non perdere del tempo prezioso, a cogliere "su l'istante le rose della vita".
In questo sonetto è particolarmente bello e nuovo l'inizio, che ci presenta la donna, ormai vecchia, che ricorda gli anni perduti.
Eccone la prima quartina:

Quando sarete (il tempo verrà) una vecchierella
seduta al focolare dipanando e filando, 
direte con stupore, i miei versi cantando:
"Ronsard mi celebrava così quand'ero bella..."

Quando i poeti passarono in secondo piano, venne il momento dei filosofi: Cartesio e Pascal.
Il primo getta l'ombra del dubbio su tutto il sapere tradizionale e riconosce nel pensiero l'unica realtà indiscutibile ("Penso dunque sono").
Il secondo, invece, non si fida della ragione e ritiene che senza l'illuminazione interiore della grazia divina l'uomo sia sostanzialmente uno sbandato, una creatura perduta.
Questi due uomini, così dissimili tra loro eppure così intimamente legati alla società in cui vivono, mettono in luce l'eterno dramma dell'uomo, combattuto tra le esigenze della ragione e quelle dello spirito.
Pascal e Cartesio annunciano "l'esplosione" dell'età dell'oro della letteratura francese che avrà in Corneille, Molière, Racine i suoi massimi rappresentanti.

Molière portò sul palcoscenico la Francia a lui contemporanea con tutti i vizi e le virtù; Corneille creò delle tragedie in cui i protagonisti erano eroi posti di fronte a situazioni e sentimenti superiori; il suo rivale e in seguito amico Racine puntò nelle sue tragedie sulla rappresentazione viva e palpitante delle passioni umane: basti citare "Fedra", la tragedia definita "il dramma dell'anima nobile purtroppo non toccata dalla grazia divina".